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Scorie radioattive in Sardegna? No Grazie
di Tonio Mura
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In Italia non si è ancora individuato il luogo dove realizzare il deposito nazionale ma esiste, seppur secretata, la CNAPI, la carta nazionale delle aree potenzialmente idonee






Tonio Mura

Alghero, 10 giugno 2018


Nuovo governo e vecchie questioni che ritornano, come ad esempio l’individuazione dell’area da destinare a deposito nazionale delle scorie radioattive. Ad imporcelo sono i trattati internazionali firmati anche dall’Italia, dove si chiede che ogni Stato si attivi per realizzare il deposito centralizzato per conservare in modo assolutamente sicuro i rifiuti radioattivi. Le scorie nucleari sono esattamente questo genere di rifiuti, e si dividono in scorie a bassa, media e alta radioattività. Le più pericolose sono le ultime, e in genere si tratta di combustibile esausto che proviene dalla fissione del nucleo di una centrale nucleare. In questo caso la radiotossicità perdura nell’ambiente per milioni di anni. Mettendo insieme quelle già presenti sul nostro territorio e quelle ritrattate che devono rientrare dalla Francia e dall’Inghilterra, di questo tipo di scorie ne dobbiamo accatastare almeno 17.000 metri cubi. Sono l’eredità lasciata dalle nostre vecchie quattro centrali, dismesse dopo il disastro di Chernobyl (1986) e il referendum che ha sancito l’uscita dell’Italia dalla produzione di energia nucleare (1987). Nell’altro caso, cioè delle scorie di media e bassa radiotossicità, la produzione cresce di anno in anno, perché si tratta di rifiuti di attività radiologica (anche industriale), radioterapica e di reagenti farmacologici. Ma anche di materiali contaminati come infissi, macerie da demolizione, calcestruzzo. Si calcola che nel 2050 ce ne saranno non meno di 90.000 metri cubi. Per avere un’idea: tre volte il cemento utilizzato per costruire il Pirellone a Milano, il grattacielo dove si riunisce il Consiglio regionale della Lombardia. Per quanto siano a bassa o a media radiotossicità, si tratta comunque di rifiuti pericolosi, da trattare con precauzione e professionalità.
In Italia non si è ancora individuato il luogo dove realizzare il deposito nazionale ma esiste, seppur secretata, la CNAPI, la carta nazionale delle aree potenzialmente idonee. Si vocifera però che ad ogni terremoto alcuni siti vengano spostati! La carta è stata elaborata dalla Sogin (Società Gestione Impianti Nucleari), la società di Stato che ha il compito di localizzare, progettare, realizzare e gestire il deposito nazionale delle scorie radioattive. Nel 2016 contava quasi 1000 dipendenti. Per l’elaborazione della CNAPI la Sogin ha seguito le indicazioni fornite dall’ISPRA, cioè L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. In pratica tale Istituto ha individuato i criteri generali per la ricerca dei siti più sicuri, tra i quali: luoghi scarsamente abitati, con bassissima attività sismica, senza pericolo di smottamenti o frane, naturalmente protetti dalle alluvioni. A livello mondiale più o meno si seguono gli stessi criteri, puntando soprattutto sull’uso delle miniere abbandonate per la conservazione delle scorie ad altissima radiotossicità. Per quelle medie vanno bene anche le cave di granito o le profondità protette da strati di argilla. I vantaggi di un deposito nazionale unico, a fronte della ventina di piccoli depositi distribuiti lungo tutto il territorio della penisola, appaiono evidenti: miglior organizzazione di controllo e di sicurezza oltre alla razionalizzazione dei costi di gestione. A oggi, quindi, come stanno le cose? Dall’ex ministro dello sviluppo economico, Carlo Calenda, sappiamo che la CNAPI è pronta, tanto che ne aveva preannunciato la pubblicazione dopo le elezioni, quindi dopo il 4 marzo u.s. Immediata è arrivata la reazione di Lega e M5S, che hanno chiesto di aspettare ancora. I secondi hanno parlato di incompletezza del Programma per la gestione di tali rifiuti, e se fosse vero si tratta di un dato molto grave e preoccupante, considerati i ritardi già accumulati in questo senso. Altrettanto grave però è mantenere un documento di tale portata ancora segreto, e quindi passibile di ulteriori modifiche da parte del nuovo governo, su basi non proprio trasparenti.
Ma perché la radioattività è così pericolosa? E in cosa consiste? I rifiuti della fissione nucleare contengono ancora molta energia derivante dall’instabilità degli atomi, energia che si libera sotto forma di radiazioni. Tale energia attraversa lo spazio e ha un forte potere di penetrazione sulla materia, compresi i corpi e i metalli. Praticamente sono onde elettromagnetiche o si comportano come tali. Se ci fermiamo all’uomo, a seconda dei livelli di radiotossicità ed esposizione, abbiamo conseguenze che vanno dalla morte immediata a malattie serie che producono sofferenza e morte. Tali radiazioni agiscono a livello di cellula, di DNA, causando anche alterazioni nel processo ereditario. Significa che le conseguenze non si fermano a una generazione, quella colpita, ma si replicano in vari modi nelle generazioni future, anche se dovesse interrompersi l’esposizione alle radiazioni. Il quadro è anche più grave ma penso bastino queste poche informazioni per capire quanto sia importante partecipare, anche criticamente, al processo decisionale che porterà all’individuazione del deposito nazionale delle scorie radioattive. Invece non solo le scelte non sono state partecipate ma l’attuale CNAPI rimane misteriosa ai più, soprattutto per volontà politica.
Come stanno le cose in Sardegna? Non bene. Per decenni a Santo Stefano, nell’Arcipelago della Maddalena, stazionavano i sommergibili nucleari americani, con tutte le conseguenze che ciò ha comportato, compreso un grave incidente. La misurazione della radioattività diffusa vede valori differenti a seconda che a elaborare i dati siano gli italiani o i nostri frontalieri corsi, il che non depone a favore di una situazione sotto controllo. Più ambigua risulta la posizione di chi parla di valori dovuti al fondo naturale di radiazione, più evidente dove è maggiore la presenza di rocce granitiche. Ufficialmente il G8 della Maddalena (2009) è stato spostato all’Aquila per via del tragico terremoto. Molti hanno dubitato che il vero problema fosse la presenza fuori norma della radioattività. Certo è che ad oggi le bonifiche dell’area, specie a Santo Stefano, sono state molto approssimative e incomplete. Poi abbiamo la presenza di uranio impoverito e di polveri di uranio impoverito. L’uranio impoverito è ciò che rimane dal processo di arricchimento dell’uranio usato nelle centrali nucleari. Ne faceva e ne fa grande uso l’industria bellica, che in Sardegna viene a sperimentare le proprie invenzioni, a distruggerne i prototipi o gli stock invendibili. La servitù maggiormente interessata pare essere quella di Salto di Quirra, con gravi conseguenze sul piano sanitario (leucemie) per militari e popolazione. Risultano compromesse l’attività agro-pastorale e la pesca. Probabilmente non esiste altra parte d’Italia così gravemente contaminata da uranio impoverito. Da decenni si chiede la chiusura e la bonifica di tutte le aree destinate a servitù militare, ma tutti i buoni propositi sono falliti di fronte alla prepotenza dei professionisti della guerra e a una forma di complicità obbligata o di rischio calcolato da parte della popolazione locale, quella che lavora o si avvantaggia della presenza militare.
A fronte di questa preoccupante situazione pare che alle indicazioni fornite dall’ISPRA mancasse solo un particolare per l’individuazione del sito idoneo a ospitare il deposito nazionale delle scorie radioattive: la fotografia di un nuraghe! Oltre a questo, infatti, la Sardegna è un’isola, è poco abitata, non è interessata da terremoti e per quanto riguarda l’acqua, fatta eccezione per l’anno in corso, soffriamo di siccità. In più abbiamo anche le miniere dismesse! La zona perfetta per portarci tutti i rifiuti radioattivi della penisola! Ebbene, una logica del genere è insostenibile, per via dell’alto prezzo che già paghiamo all’inquinamento radioattivo e per i grossi pericoli a cui si andrebbe incontro a causa del trasporto di questi materiali, per terra, per mare o per aria. Aggiungo che una cosa del genere avrebbe pesanti ripercussioni sul turismo, cioè su una delle nostre più importanti realtà economiche ed occupazionali, non solo bloccandone lo sviluppo ma addirittura riducendolo a niente. In pratica si mandano in fumo, anzi in scorie, milioni di euro di investimenti statali, regionali e privati. Di riflesso verrebbero penalizzate tutte le attività agroalimentari, e quello che già si presenta come un settore asfittico andrebbe inesorabilmente a morire, perché la Sardegna verrebbe identificata non per le sue bontà o le sue bellezze ma molto semplicemente perché ospita il deposito nazionale delle scorie radioattive. Un’immagine non certo incoraggiante, che porterebbe a ulteriori forme di disoccupazione e spopolamento, oltre alla svalutazione di tutto il nostro patrimonio immobiliare. Mi si potrebbe obiettare che anche noi produciamo scorie, specialmente a livello sanitario, ma in questo caso bisogna riconoscere che la portata è minima (per quanto possano sembrare grandi, anche il Brozzu è poca cosa rispetto alle cittadelle sanitarie del continente), che si tratta di rifiuti a bassa emivita e che sottoposti a trattamento esauriscono la loro attività radioattiva in poche centinaia di anni, se non immediatamente.
Scenario apocalittico? Certo che si, specialmente se consideriamo quella che è una convinzione scientifica a livello internazionale: non esiste un modo sicuro per conservare le scorie ad alta radiotossicità quindi ad alta emivita, in pratica i rifiuti dei processi di arricchimento o quelli (che è peggio) della reazione nucleare. Tutto questo a fronte di un costo così alto (economico ed ambientale) da mettere in discussione l’esistenza stessa delle centrali nucleari per la produzione di energia. In ultimo: nel maggio 2011 oltre il 97% dei sardi ha detto no al nucleare in Sardegna, sotto qualsiasi forma. Un NO GRAZIE grande come un’isola! Significa che se si dovesse aprire la raccolta delle candidature dei sindaci e dei cittadini favorevoli ad ospitare un impianto nel loro Comune, almeno noi sardi dovremmo esserne fuori, per volontà popolare, una volontà tanto cara al Governo Conte/Salvini/Di Maio, da cui ci si attende coerenza.

* Insegnante presso l’IPSAR di Alghero

 

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