Settimanale fondato nel 1972
Direttore Responsabile: Antonio Pirisi

I Canali
Sommario
Agenda
Attualità
Ambiente
Cultura
Calcio
AltriSport
Rubriche
Archivio

Archivio
Attualità
Ambiente
Cultura
Calcio
AltriSport
Primepagine
ARCHIVIO Attualità - Febbraio 2004 - Anni - Mesi

La protesta dei dipendenti della Nuova Scaini
Occupata l’aula della Sesta commissione


 

I dipendenti della Nuova Scaini sono da cinque mesi senza cassa integrazione (perché, unico caso in Italia, la Società non ha voluto anticipare i soldi necessari)


Cagliari 17.02.2004
“L’Eni è la responsabile della crisi della Nuova Scaini e l’Eni deve proporre soluzioni idonee per risolvere l’ennesimo sfascio che ha provocato nel settore industriale sardo”. I rappresentanti sindacali della industria che produceva batterie nella zona industriale di Villacidro, dopo l’ennesimo incontro con il liquidatore della società ed un ulteriore confronto con la Sesta commissione consiliare, presieduta da Nicolò Rassu, hanno deciso di occupare l’aula della commissione Industria e Lavoro per “sollecitare al Consiglio regionale una presa di posizione unitaria, decisa, forte nei confronti dell’Eni e del ministro dell’Industria, simile a quella, unitaria e ferma, che ha caratterizzato il recente sconto con un altro ministro dello stesso governo nazionale”.
Si è conclusa, quindi, con una “pacifica” occupazione della sala della Commissione l’audizione tra la Sesta e la delegazione dei dipendenti della Nuova Scaini, da cinque mesi senza cassa integrazione (perché, unico caso in Italia, la Società non ha voluto anticipare i soldi necessari), dopo che per oltre un anno la stessa società si era dimenticata di “corrispondere i salari dovuti”.
Una situazione alla quale può porre rimedio solamente l’Eni, hanno affermato con decisione i rappresentanti dei 150 dipendenti della industria di Villacidro, perché l’Eni è l’effettiva proprietaria dell’impianto che costruisce “batterie ancora particolarmente apprezzate e richieste dai mercati nazionali ed internazionali”.
“Gli attuali proprietari della CME, hanno aggiunto i sindacalisti, non hanno pagato le quote azionarie acquistate dall’Ente Nazionale Idrocarburi, ancora presente con il 20 per cento nel capitale societario. L’Eni, quindi, è ancora il vero padrone della società ed è suo preciso dovere studiare e proporre le soluzioni più idonee per rimettere in moto la fabbrica e per far tornare al lavoro i 150 dipendenti”.
La crisi industriale dell’Isola impone una nuova strategia di intervento, hanno concordato i consiglieri regionali della Sesta commissione. La Sardegna non può fare a meno delle industrie, il governo deve mettere a punto nuove strategie per salvare quelle esistenti e riavviare quelle in crisi, altrimenti sarà inutile parlare di sviluppo.
La Commissione, hanno assicurato il presidente Rassu e gli altri componenti, elaborerà immediatamente un documento per “costringere la Giunta regionale a chiedere un tavolo di trattativa con l’Eni (gran parte delle industrie sarde in odore di chiusura fanno parte di questo gruppo) e con il ministero dell’Industria, per programmare un reale rilancio del comparto industriale sardo”.
Le risorse finanziarie statali esistono, le iniziative politiche necessarie devono essere avviate nel minor tempo possibile, per utilizzare immediatamente i contributi ed i finanziamenti comunitari, che devono essere chiesti ed utilizzati in tempi brevi. (mc)




Da un'indagine della Corte dei Conti - Sezione di controllo per la Regione Autonoma della Sardegna
Caos sul patrimonio immobiliare della Regione Sardegna

Obiettivo dell'indagine è stato l'individuazione della consistenza del patrimonio immobiliare della Regione Sardegna, la verifica della concreta utilizzazione, l'accertamento delle entrate patrimoniali e dell'attività di vigilanza


Cagliari: I Bastioni


Cagliari 17.02.2004
L'indagine della Corte dei Conti - Sezione di controllo per la Regione Autonoma della Sardegna è stata inizialmente inclusa nel programma del controllo sulla gestione per l'anno 1999. A causa della sua complessità e della non sempre puntuale collaborazione dell'Assessorato agli EE.LL e Finanze nel fornire i dati e i documenti richiesti, è stata inserita nei programmi relativi agli anni successivi.

Dalla relazione notificata agli organi politici e amministrativi competenti, previo contraddittorio con gli stessi, è emerso quanto segue.
I ritardi dell'Assessorato agli EE.LL e Finanze nel fornire gli atti richiesti, la lacunosità, l'incompletezza e la contraddittorietà della documentazione inviata alla Corte dei Conti, hanno evidenziato la scarsa e imprecisa conoscenza dell'Amministrazione regionale sul proprio patrimonio immobiliare, con la conseguente impossibilità di attuare una adeguata e buona amministrazione del patrimonio stesso.

Il conto del patrimonio, come tradizionalmente predisposto dall'Amministrazione regionale, è inadeguato a rappresentare il reale valore di mercato dei beni immobiliari alla data di chiusura di ciascun esercizio finanziario.
Il valore dell'intero comparto immobiliare indicato nell'ultimo conto del patrimonio risale alla rivalutazione effettuata da una società esterna dietro un corrispettivo di 1.995.000.000 di lire.
L'appalto, oltre alla ricerca e alla catalogazione dei beni patrimoniali, prevedeva l'impianto di un sistema di informatizzazione dei dati censiti; tuttavia, per stessa ammissione dell'Assessorato agli EE.LL. e Finanze, non si è ottenuto il risultato sperato. Nel periodo 1995-1997 sono stati conferiti per lo stesso scopo altri incarichi a liberi professionisti per complessivi 566.000.000 di lire.

Il Consiglio regionale non ha ancora recepito i nuovi principi valutativi di una recente normativa nazionale e del Sistema europeo dei conti (SEC 95) in base ai quali si sarebbe potuto disporre di un documento che, attraverso l'evidenziazione delle singole componenti degli attivi e passivi, nonché degli indici di redditività, avrebbe consentito la conoscenza del valore netto del patrimonio regionale.
Il conto viene ancora redatto secondo una vecchia normativa del 1949 che prescrive l'obbligo di tenere un inventario dei beni regionali, ma non la valutazione economica della loro gestione.

Il mancato esercizio del potere di vigilanza, impedisce all'Amministrazione di accertare il regolare utilizzo dei beni regionali, di venire a conoscenza e di prevenire situazioni anomale o irregolari, nonché di adottare le misure necessarie per la salvaguardia del patrimonio.

L'alto numero di beni inutilizzati, complessivamente 188 (di cui 22 fabbricati e 166 terreni) oltre alla perdita di un'occasione di reddito per l'Amministrazione, comporta il rischio di degrado, occupazione abusiva e anche la distruzione dei beni.

Dal rapporto tra entrate riscosse e il valore dei beni patrimoniali produttivi di reddito è risultato un indice di redditività alquanto basso: alcuni beni sono dati in locazione ad enti o associazioni a scopo sociale o culturale a prezzo simbolico; altri vengono locati in base alla normativa sull'equo canone. Per questi ultimi la Sezione di controllo non ha potuto verificare - stante l'omissione di specifica risposta da parte dell'Amministrazione - la corretta applicazione della normativa sull'aggiornamento del canone.
E' stato anche rilevato che l'Amministrazione non percepisce con regolarità i canoni di locazione.

L'Amministrazione regionale ha condiviso gli esiti dell'indagine istruttoria e gli elementi di giudizio espressi nella relazione; ha giustificato le proprie difficoltà operative con la carenza di personale e la mancanza di un adeguato sistema di informatizzazione, fornisce informazioni su alcune iniziative già intraprese e assicura per il futuro il miglioramento della propria azione.

La Sezione di controllo ha ritenuto che gli ulteriori elementi informativi forniti in sede di contraddittorio non hanno consentito di superare le osservazioni formulate.

La Sezione di controllo, confidando nella dichiarata volontà dell'Amministrazione di affrontare e risolvere le problematiche emerse a conclusione dell'indagine, ha fissato al 15 dicembre 2004 il termine entro cui il competente Assessorato degli Enti Locali, Finanze e Urbanistica deve dare comunicazione scritta delle misure adottate in ordine alle osservazioni contenute nella relazione.




Reddito di cittadinanza e contrasto della povertà
Una proposta di legge “aperta” di Luigi Cogodi, per “garantire la dignità della vita a tutte le persone”


"La coesione sociale, della quale tutti parlano, deve avere un riscontro nelle politiche sociali"

A sin. Bambine Rom chiedono l'elemosina davanti ad una chiesa
Sopra: L'On. Luigi Cogodi

Cagliari 20.02.2004
Un Paese moderno, giusto, democratico può accettare passivamente che il dodici per cento dei suoi cittadini viva in condizioni di indigenza? Nel meridione questa percentuale raddoppia, significa che un cittadino su quattro non raggiunge quella che studiosi ed analisti considerano la soglia della povertà. Una situazione di “pericolo sociale”, all’origine di quel malessere diffuso che porta al crescente, preoccupante, fenomeno dell’abbandono scolastico, all’esclusione dalle attività produttive, all’emarginazione sociale. E chi è “un escluso, non potrà essere chiamato a vivere civilmente, a far parte, in modo ordinato e corretto, del tessuto sociale nel quale opera”.
In Sardegna, in questi ultimi tempi, si è registrato un incremento del reddito. E’ cresciuto il PIL, la “ricchezza complessiva”, ma sono cresciute anche le differenze interne, è aumentato il divario sociale, mentre è diminuita la “protezione sociale”. Una situazione difficile, aggravata anche dalle contraddizioni delle scelte politiche comunitarie, nazionali, regionali. “C’è chi ha troppo e chi ha niente; chi è escluso. Viviamo in una regione nella quale si confrontano chi ha molto e chi non ha l’essenziale, chi è in grado di veder crescere il suo troppo e chi non è in grado di contrastare il suo niente”.
“La coesione sociale, della quale tutti parlano, deve avere un riscontro nelle politiche sociali. La Sardegna - ha detto Luigi Cogodi, presentando in una conferenza stampa la proposta di legge con la quale si vuole dare una risposta concreta a questi nuovi bisogni, alle esigenze di questi nuovi poveri – nel 2006 uscirà dall’Obiettivo 1, perderà parte dei contributi comunitari destinati al miglioramento delle situazioni socio-economiche delle regioni meno sviluppate, ma otterrà i benefici riservati a quelle “insulari”. Esiste, però, una “insularità sociale”, ben peggiore di quella fisica, della quale non si è mai tenuto conto”.
“La ricchezza complessiva prodotta deve essere ridistribuita”, ha aggiunto Luigi Cogodi. Ad ogni persona, in quanto tale, se ammessa, se inclusa in un sistema produttivo, deve essere riconosciuto un “reddito di cittadinanza”, che ne favorisca l’inserimento nel mondo della formazione professionale, della scuola, del lavoro.
La Regione, quindi, secondo quanto prevede la proposta di legge presentata da Luigi Cogodi, una “proposta aperta” al contributo degli altri consiglieri, con 200 milioni di euro l’anno dovrebbe istituire un “Fondo di solidarietà sociale”, per poter erogare 600 euro al mese a quei trentamila sardi (ma potrebbero essere anche di più), costretti ad abbandonare gli studi, a fare i conti con la drammatica realtà dei malati, a scontrarsi con la dura realtà affrontata senza mezzi di sostentamento.
Eppure, molte di queste persone operano, seppur senza saperlo, a favore della collettività. “A tutti questi, per il solo fatto di svolgere una importante funzione sociale, deve essere riconosciuto un reddito di cittadinanza, “per garantire loro il diritto minimo della dignità della vita e della persona, un diritto che deve essere garantito a tutti”.
Le finanze regionali, “siamo alla bancarotta”, potrebbero non permettere la disponibilità di una simile somma. Ma della solidarietà devono farsi carico tutti: la Regione (che deve razionalizzare la spesa e fare delle scelte oculate), le istituzioni, le forze politiche e sociali (i consiglieri regionali potrebbero dare il buon esempio destinando un terzo della loro indennità a questo nuovo fondo), gli imprenditori ed i ricchi (che potrebbero sacrificare una parte delle loro risorse a favore dei meno fortunati).
Una proposta “aperta”, ha aggiunto il rappresentante di Rifondazione Comunista, condivisa da molti altri consiglieri regionali (alla conferenza stampa hanno partecipato anche GianMario Selis e Dino Pusceddu, mentre ne hanno sottoscritto il testo Giovanni Demuru, Silvio Lai, Valter Vassallo, Nazareno Pacifico, Giampiero Pinna), che sarà presentata nelle diverse zone dell’isola per raccogliere le firme dei sardi che la vorranno sostenere.
Una petizione popolare ed una legge di iniziativa popolare potrebbero essere, infatti, gli strumenti validi per dare maggior forza a questa proposta, “un provvedimento che, con uno scatto di orgoglio, questo Consiglio potrebbe approvare entro la fine della legislatura”; un tema di grande valore che dovrà “essere presente nei programmi di coloro che si candideranno ad amministrare la nostra Sardegna”.
Un argomento sul quale le forze politiche saranno chiamate, certamente, a confrontarsi perché “si continua a dire che occorre creare sviluppo per realizzare la solidarietà, ha detto GianMario Selis, mentre è certamente giusto il contrario: è la solidarietà che permette di creare sviluppo”.
“I servizi sociali e sanitari, che sono ormai di competenza della Regione e degli enti locali, ha aggiunto dal canto suo Dino Pusceddu, devono essere potenziati, razionalizzati, finanziari, per garantire risorse dignitose alle famiglie monoreddito, a quelle che devono assistere un disabile, agli extracomunitari che cercano nella nostra società civile il loro riscatto”.
“Questa proposta di legge, perfettibile, migliorabile”, hanno dal canto loro aggiunto alcuni rappresentanti delle organizzazioni di base studentesche, di quelle contro le emarginazioni o che operano nel sociale, “è un primo passo verso una società più giusta, più equa”.
Verso quella società auspicata, sabato scorso, in quella grande manifestazione organizzata dalla Pastorale per il lavoro, a Laconi, dove spiccavano due striscioni particolarmente significativi: “non c’è pace se non c’è giustizia” e “ripartiamo dagli ultimi”. “Un invito, ha concluso Cogodi, al quale nessuno può sottrarsi”. (mc)



Le preoccupazioni di Carlo Ripa di Meana in Consiglio regionale
“La Sardegna corre il rischio di diventare una enorme fattoria del vento”


Il problema è serio, reale, hanno concordato i consiglieri regionali, il presidente Serrenti e il presidente del Comitato Nazionale del Paesaggio
A sin. Immagine tratta dal Dossier "La questione eolica in Italia"
www.cnp-online.it
Sopra: Carlo Ripa di Meana dal libro di Stefania Marra "Sorci Verdi" Ed. KAOS


Cagliari 20.02.2004
La Sardegna rischia di essere trasformata in una “enorme fattoria del vento”, una selva di pale metalliche e piloni alti tra i cento ed i duecento metri, con danni irrimediabili per tutto gli angoli più suggestivi della nostra isola. Un reale pericolo illustrato, con dovizia di dati e di cifre, da Carlo Ripa di Meana, presidente del Comitato Nazionale del Paesaggio, nel corso di un incontro con le commissioni Ambiente ed Industria del Consiglio regionale e durante la visita al presidente della stessa Assemblea sarda, Efisio Serrenti.
L’onorevole Ripa di Meana, a Cagliari per alcune manifestazioni pubbliche e per annunciare l’apertura di due sedi sarde (a Cagliari ed a Sassari) del comitato da lui presieduto, ha voluto spiegare i rischi che gli angoli più suggestivi della Sardegna corrono se verrà realizzato il programma, messo a punto dall’Enel e da alcuni imprenditori privati che operano nel campo della produzione di energia elettrica, che prevede la realizzazione, nell’isola, di almeno 2000 turbine mosse dal vento.
In Italia, ha detto Carlo Ripa di Meana ai consiglieri regionali Tonino Frau, Nicolò Rassu, Emanuele Sanna, Totuccio Granella, Giovanni Giagu, Giovanni Demuru, Velio Ortu ed Antonio Calledda, è stato avviato un imponente programma che prevede la realizzazione di almeno duemila impianti eolici da un megavatt di potenza; enormi rotori che girano su tralicci alti, in certi casi, quasi cento metri, da dislocare sui crinali, sui pendii delle colline e delle montagne sarde. Ma questi insediamenti possono crescere a dismisura, per arrivare a cinquemila torri, alte anche duecento metri, per le turbine di due chilowatt di potenza. Una selva di piloni che deturperà irrimediabilmente il paesaggio sardo, perché sarà necessario costruire strade, elettrodotti, cabine, depositi, linee elettriche che avvolgeranno l’isola con una immensa ragnatela di fili elettrici.
Un pericolo denunciato, nei mesi scorsi, anche dall’onorevole Emanuele Sanna e da alcuni suoi colleghi con una serie di interpellanze ed interrogazioni che contestavano il pericoloso progetto.
Tutti auspicano energia pulita, ottenuta da fonti non inquinanti e rinnovabili, ha aggiunto l’esponente ambientalista, ed il decreto Bersani indicava quella eolica come ipotesi sulla quale lavorare. Incentivi fiscali, bollini blu, contributi di ogni tipo hanno messo in moto, quindi, un meccanismo che garantisce ottimi affari agli operatori del settore, ma nessuna ricaduta in termini di produzione a costi contenuti e di riduzione delle emissioni inquinanti.
Nel territorio nazionale sono state già installate quasi 1600 di queste turbine, ma la produzione ottenuta è di circa lo 0,5 per cento della energia consumata, mentre la riduzione dei combustibili inquinanti, quelli che scaricano tonnellate di CO2 ed altri gas pericolosi nell’atmosfera, è diminuita di meno dello 0,2 per cento.
I programmi nazionali prevedono che almeno il 2,5 per cento dell’energia elettrica consumata sia “pulita”; è reale, quindi, il pericolo che venga almeno quintuplicato il numero delle turbine da installare. Ed ad essere prese di mira sono, paradossalmente, le aree più belle, più suggestive, quelle che hanno una vocazione ben diversa da quella di produrre energia.
Perché non puntare sul fotovoltaioco, sull’energia ottenuta dal sole, come ha recentemente proposto anche il Nobel Rubbia? Per Ripa di Meana la risposta è semplice: perché con il sistema del vento si ottengono risultati economici eccezionali, anche se a discapito dell’ambiente.
Tra l’altro le condizioni italiane non sono certamente quelle ottimali. Nel nostro paese il vento, più o meno regolarmente, soffia per meno di 2000 ore l’anno, contro le 5 o 6 mila ore degli altri paesi più ventosi; l’Isola supera di poco questa media, ma il vento utilizzabile deve avere una velocità non inferiore ai 4 metri al secondo e non superiore ai 25 metri al secondo. D’estate, d’inverno, quando maggiori sono le richieste di elettricità, la forza del vento non è costante e gli impianti corrono il rischio di non poter funzionare. Il loro utilizzo, quindi, potrebbe essere saltuario e l’apporto di energia praticamente marginale.
Dubbi e perplessità solleva, inoltre, la scelta dei siti dove ubicare queste nuove fattorie del vento, che darebbero un colpo mortale alle fattorie vere, quelle nelle quali si fa agricoltura e zootecnica. I nuovi impianti eolici in Spagna, Francia, Germania ed Olanda, i paesi nei quali questo tipo di energia è largamente usato, vengono costruiti lungo le coste, in mare, bel lontano dalle montagne, dalle pianure, dalle zone turisticamente più rinomate; perché da noi si devono deturpare monti e colli, crinali e pendii che potrebbero ben più proficuamente essere utilizzati per l’agricoltura o il turismo? Perplessità e preoccupazioni largamente condivise anche dal presidente del Consiglio regionale, Efisio Serrenti, il quale ha ricordato come l’industria sarda abbia “fame di energia, ma a basso costo”, che può essere fornita ricorrendo ad altre fonti, ad esempio il metano, o utilizzando la leva fiscale, e non sacrificando parti pregiate del nostro ambiente che è, pur sempre, l’unica reale risorsa della quale la Sardegna dispone e “non è, certo, una ricchezza largamente rinnovabile”.
Le opposizioni preconcette non sono condivisibili, ha aggiunto Serrenti, ma certamente la Sardegna deve mettere a punto un piano complessivo di sviluppo che tenda a valorizzare, a custodire, a migliorare le risorse ambientali, non a danneggiarle irrimediabilmente, cedendo alla lusinga di qualche euro che potrebbe finire nelle casse dei disastrati comuni isolani.
Il problema è serio, reale, hanno concordato i consiglieri regionali, il presidente Serrenti, il presidente del Comitato nazionale del paesaggio; ma per la difesa delle bellezze naturali della Sardegna si formerà, certamente, un fronte unico, capace di porre un freno alla sconsiderata corsa “a riempire di pale e tralicci i posti più belli della bellissima Sardegna”. (mc)